12 Comments
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vicky iovinella's avatar

Grazie per aver dato a tutti la possibilità di ascoltarti.

"È assurdo, eppure siamo arrivati a un punto dove è più facile dare autonomia a una macchina che a una persona." È forse la frase più rappresentativa, agghiacciante e piena di speranza insieme, che abbia mai letto sull'argomento.

Matteo Roversi's avatar

Grazie! Ma c’eri anche tu?

vicky iovinella's avatar

Purtroppo no. Ecco perché ti ho ringraziato per avermi dato modo di ascoltarti qui. E recuperare. :)

Simone Tornabene's avatar

Che numero denso. Mi ricorda il "problema" della proprietà privata. La stessa cosa (la terra) può essere utilizzata in una modalità pubblica (condivisa, di tutti e di nessuno) e privata. Ironicamente la proprietà privata è nata così: chiudendo una cosa che è sempre stata di tutti e facendo credere a tutti quelli arrivati dopo che possedere la terra sia un diritto dell'individuo, anche quando il gioco è truccato a priori per far sì che questo diritto sia un privilegio dei pochi che controllano la narrativa. Internet voleva accrescere idealmente gli effetti positivi della conoscenza di tutti, ha creato valore e insieme al valore sono arrivate le chiusure che servono a concentrare questo valore nelle mani di pochi. La domanda delle domande è: senza questa concentrazione, sarebbe esistita l'AI? O il mobile Internet?

Secondo me spostare il discorso sul fine, anziché sul mezzo, riporta il focus là dove deve stare: se a contare è il fine, possiamo anche accettare i Gates, Jobs, Musk, Zuckerberg, Bezos. Possiamo accettare di pagare per un servizio. Ma poi dobbiamo agire sulle distorsioni che la concentrazione e la privatizzazione generano, agendo a posteriori con una parola magica: redistribuzione.

E questo è possibile solo se riusciamo a diffondere una storia che cambia il mondo, una storia che dice che la proprietà privata, l'imprenditorialità, il guadagno, non sono forze naturali e divine né il frutto sacrosanto di una decisione individuale. Sono scelte storiche che hanno un valore ma anche un costo. E ciascuna società (intesa come comunità di persone) ha il diritto e il dovere di scegliere come vuole distribuire i costi e i benefici di questa distorsione. Ma per farlo deve prima credere che queste cose non sono espressione di inviolabile libertà individuale, ma configurazioni specifiche (fra le molte possibili) di redistribuzione collettiva di costi-benefici. Ed essere liberi individualmente è impossibile senza definire a livello collettivo cos'è la libertà individuale.

Non è il comunismo, ma è riconoscere che nulla di quello che siamo e che facciamo avviene nel vuoto, tutto avviene dentro una comunità a prescindere che questo ci piaccia o meno. E fuori da questa comunità di fatto, non c'è libertà ma solo alienazione

Matteo Roversi's avatar

Mentre leggevo cercavo di trovare un nome per quello di cui parli. Forse comunitarismo? È una bella parola, e una bella visione la tua. Grazie 🙏

Tomas Barazza's avatar

Ciao Matteo, mi sei piaciuto molto!

Condivido molto di quello che hai raccontato ieri

Matteo Roversi's avatar

Grazie dell’invito Tomas, è stato un bellissimo evento!

Giovanni Atalmi's avatar

Ciao Matteo, ti ho ascoltato con molto interesse ieri (e anche qualche settimana fa al Freelancecamp di Bologna). Il tema che hai portato ieri è molto stimolante, e mi piacerebbe capire come diventare più agenti con la mia organizzazione che è in fase embrionale. Ti chiedo però un chiarimento su questo passaggio:

"Ogni volta che emerge un problema, da un cliente o dall’interno, l’organizzazione mette a disposizione un set di strumenti e risorse che chiunque, dentro o fuori l’organizzazione, può utilizzare per proporre delle soluzioni."

Cosa intendi con "fuori l'organizzazione"?

Calato nel mondo agenzie, intendi che il problema del cliente dovrebbe essere portato anche all'esterno per trovare soluzioni? Riesci a farmi un esempio?

Grazie!

Matteo Roversi's avatar

Cosmico! Dal 2020 lavoriamo attivamente per creare organizzazioni distribuite / organizzazioni-network. Pensare che un’azienda finisca dove finiscono i suoi dipendenti oggi è anacronistico: la barriera dentro-fuori si può rompere per creare organizzazioni che permettono anche a chi non ha legami permanenti o subordinati di partecipare al lavoro e alla creazione di valore.

Giovanni Atalmi's avatar

Quindi network di collaboratori che vengono coinvolti in base alle necessità di progetto.

Credo anch'io che il vecchio modello di agenzia non abbia molto più senso oggi. E anche i clienti vedo che accettano assolutamente questo nuovo modo di lavorare, purché ci sia un unico referente e responsabile di progetto.