Non chiedere prima, ma dopo aver fatto: è un ritorno alle origini, al modo naturale con cui impariamo da bambini. Riflettiamo, immaginiamo, agiamo. Solo dopo chiediamo aiuto o validazione. È scritto nel nostro DNA cognitivo: comprendere significa letteralmente “prendere con le mani”.
Abbiamo costruito per decenni automatismi sociali efficaci in contesti stabili, ma oggi il contesto è cambiato. Il paradosso è che le nuove abitudini che ci servono sono proprio quelle antiche: esplorare, sbagliare, rialzarsi. L’AI ci permette di farlo di nuovo, in sicurezza, trasformando la paura di sbagliare in energia di scoperta.
L’intelligenza artificiale, usata bene, crea un contesto psicologicamente sicuro, o almeno neutro, dove possiamo pensare invece di difenderci. È il contesto ideale per la fatica fertile: quella che genera conoscenza e non solo sopravvivenza.
È la negoziazione win–win fra intelligenza umana e artificiale.
L’esperto del futuro è chi ha visto, e vissuto, molto, e intensamente, e sa riconoscere i pattern invisibili alla macchina. L’umano possiede il caos creativo, i sensi, il corpo, le emozioni: strumenti che nessun algoritmo può sostituire.
Insieme, AI e umani si purificano a vicenda: la macchina chiarisce, l’umano dà significato.
Anche l’errore cambia ruolo: oggi il fallimento costa meno dell’attesa. Abbiamo creato esoscheletri cognitivi che ci permettono di esplorare nuovi confini, digitali, analogici, relazionali, senza romperci ogni volta.
L’AI è uno di questi esoscheletri mentali: ci protegge mentre sperimentiamo.
R-Evoluzione: passare dalla cortesia formale alla chiarezza autentica. Dalla gerarchia dei permessi alla collaborazione dei contesti. Dall’egoismo competitivo all’altruismo intelligente, dove migliorare se stessi significa migliorare il sistema.
Siamo nati generalisti, connettori, esploratori. L’iperspecializzazione era solo un artificio industriale. L’AI ci libera dalla ripetizione, permettendoci di esplorare con profondità, si, ma a 360°.
Piccola aggiunta al vostro consiglio:
prima di convocare una riunione, prendi carta e penna e chiediti che emozioni stai provando. Intervistale con domande aperte, senza “perché”. Dopo cinque minuti avrai riattivato la connessione tra ragione ed emozione, la connessione salva–vite.
Una newsletter profonda che chiama in causa questa settimana tutti coloro che lavorano in un'organizzazione. Un richiamo a scrollarsi di dosso la routine e gli automatismi acquisiti, "accendere il cervello" (come dice un CEO con cui ho lavorato) e disegnare uno step change nel nostro modo di lavorare e in quello di tutti coloro che ci circondano.
Ho sempre pensato che fosse la regola aurea anche prima dell'AI. Non arrivare ad una riunione impreparato, non pensare che i brainstorming debbano essere solo guidati dalla pancia, ect ect. Ora, che l'AI è qui, diventa ancora più sacrosanto. Ed è sacrosanto averlo scritto.
Io vorrei il brief completo prima di iniziare a lavorare sul design di un packaging (sono una grafica) e invece adesso mi trovo nella situazione in cui quelli "sopra di me" invece di impegnarsi a raccogliere le informazioni per produrlo, fanno delle prove di grafica con l'IA, a casaccio, perché ormai tutti si sentono creativi!
Dei loro spaciughi non me ne faccio nulla e come al solito devo lavorare a tentativi per capire cosa vogliono da me LORO e i nostri CLIENTI.
>______<!
Eppure se facessero lo sforzo di studiarsi il minimo di prompting che gli occorre per lavorare con l'IA e produrre il benedettissimo brief, non faremmo prima?
Ciao Cecilia, hai mai pensato di preparare un prompt che aiuti quelli "sopra di te" (terribile espressione 😭) a scrivere il brief che vorresti? O ancora, hai mai pensato di creare uno strumento che permetta loro di "spaciugare" (adoro questo termine tecnico 😁) meglio di come fanno ora? Sarei curioso di vedere che succede!
Domanda tecnica da newsletter: con quale elemento Substack hai creato lo spazio grigio nella newsletter in cui inserire il prompt?
More > Code Block :) Ciao!
Bellissimo vedere che altri stanno agendo così.
Non chiedere prima, ma dopo aver fatto: è un ritorno alle origini, al modo naturale con cui impariamo da bambini. Riflettiamo, immaginiamo, agiamo. Solo dopo chiediamo aiuto o validazione. È scritto nel nostro DNA cognitivo: comprendere significa letteralmente “prendere con le mani”.
Abbiamo costruito per decenni automatismi sociali efficaci in contesti stabili, ma oggi il contesto è cambiato. Il paradosso è che le nuove abitudini che ci servono sono proprio quelle antiche: esplorare, sbagliare, rialzarsi. L’AI ci permette di farlo di nuovo, in sicurezza, trasformando la paura di sbagliare in energia di scoperta.
L’intelligenza artificiale, usata bene, crea un contesto psicologicamente sicuro, o almeno neutro, dove possiamo pensare invece di difenderci. È il contesto ideale per la fatica fertile: quella che genera conoscenza e non solo sopravvivenza.
Il ciclo virtuoso è chiaro: Human → AI → Human.
L’umano pensa, l’AI amplifica, l’umano interpreta.
È la negoziazione win–win fra intelligenza umana e artificiale.
L’esperto del futuro è chi ha visto, e vissuto, molto, e intensamente, e sa riconoscere i pattern invisibili alla macchina. L’umano possiede il caos creativo, i sensi, il corpo, le emozioni: strumenti che nessun algoritmo può sostituire.
Insieme, AI e umani si purificano a vicenda: la macchina chiarisce, l’umano dà significato.
Anche l’errore cambia ruolo: oggi il fallimento costa meno dell’attesa. Abbiamo creato esoscheletri cognitivi che ci permettono di esplorare nuovi confini, digitali, analogici, relazionali, senza romperci ogni volta.
L’AI è uno di questi esoscheletri mentali: ci protegge mentre sperimentiamo.
R-Evoluzione: passare dalla cortesia formale alla chiarezza autentica. Dalla gerarchia dei permessi alla collaborazione dei contesti. Dall’egoismo competitivo all’altruismo intelligente, dove migliorare se stessi significa migliorare il sistema.
Siamo nati generalisti, connettori, esploratori. L’iperspecializzazione era solo un artificio industriale. L’AI ci libera dalla ripetizione, permettendoci di esplorare con profondità, si, ma a 360°.
Piccola aggiunta al vostro consiglio:
prima di convocare una riunione, prendi carta e penna e chiediti che emozioni stai provando. Intervistale con domande aperte, senza “perché”. Dopo cinque minuti avrai riattivato la connessione tra ragione ed emozione, la connessione salva–vite.
Da lì, ogni azione sarà più lucida.
E ogni decisione, più umana.
Una newsletter profonda che chiama in causa questa settimana tutti coloro che lavorano in un'organizzazione. Un richiamo a scrollarsi di dosso la routine e gli automatismi acquisiti, "accendere il cervello" (come dice un CEO con cui ho lavorato) e disegnare uno step change nel nostro modo di lavorare e in quello di tutti coloro che ci circondano.
Grazie Paola 🙏
Ho sempre pensato che fosse la regola aurea anche prima dell'AI. Non arrivare ad una riunione impreparato, non pensare che i brainstorming debbano essere solo guidati dalla pancia, ect ect. Ora, che l'AI è qui, diventa ancora più sacrosanto. Ed è sacrosanto averlo scritto.
Esperienza mia personale:
Io vorrei il brief completo prima di iniziare a lavorare sul design di un packaging (sono una grafica) e invece adesso mi trovo nella situazione in cui quelli "sopra di me" invece di impegnarsi a raccogliere le informazioni per produrlo, fanno delle prove di grafica con l'IA, a casaccio, perché ormai tutti si sentono creativi!
Dei loro spaciughi non me ne faccio nulla e come al solito devo lavorare a tentativi per capire cosa vogliono da me LORO e i nostri CLIENTI.
>______<!
Eppure se facessero lo sforzo di studiarsi il minimo di prompting che gli occorre per lavorare con l'IA e produrre il benedettissimo brief, non faremmo prima?
Ciao Cecilia, hai mai pensato di preparare un prompt che aiuti quelli "sopra di te" (terribile espressione 😭) a scrivere il brief che vorresti? O ancora, hai mai pensato di creare uno strumento che permetta loro di "spaciugare" (adoro questo termine tecnico 😁) meglio di come fanno ora? Sarei curioso di vedere che succede!