[Podcast] Work After Resources
Gli umani, le macchine e il futuro delle organizzazioni
Oggi esce una nuova puntata del podcast Work After.
Sono molto felice perché per la prima volta l’abbiamo registrata nel nuovo ufficio di Cosmico, al terzo piano dell’edificio che ospita la Fondazione Feltrinelli, in Viale Pasubio a Milano. È stata una bella serata in cui tanti amici e sostenitori di Cosmico sono venuti a trovarci, e sono sicuro che ce ne saranno altre, altrettanto belle.
Con me c’erano Stefano Gatti e Silvia Zanella.
Stefano è Head of Data & Analytics di Nexi, data lover e sperimentatore instancabile, autore della newsletter La Cultura del Dato e, con Alberto Danesi, del libro Intelligenza artificiale in 4D.
Silvia è un’umanista che ha sempre lavorato con le persone e per le persone: si occupa di Employer Branding, People Culture e Employee Experience per una grande società di consulenza ed è autrice del libro Basta lavorare così.
Abbiamo parlato del rapporto tra organizzazioni e persone, dell’eterna tensione tra contributo individuale e strategie collettive, e di come l’intelligenza artificiale sta trasformando tutte le dinamiche organizzative. Mentre le macchine entrano sempre più negli organici e nei processi aziendali, il lavoro umano ha bisogno di riposizionarsi intorno ad alcune domande radicali: che lavoro ci resta da fare? E come possiamo ripensare le organizzazioni per liberare il potenziale delle persone invece di sacrificarlo e comprimerlo?
Ecco una sintesi dei temi che abbiamo affrontato.
Dati e persone: una nuova convergenza
La tensione storica tra numeri e relazioni, tra dati e persone, sta evolvendo. Aziende come Moderna hanno fuso IT e risorse umane in un’unica funzione, mentre Shopify parla apertamente di “risorse artificiali” accanto a quelle umane. Mettere in comunicazione questi mondi tradizionalmente separati sarà la sfida organizzativa ed etica dei prossimi anni.
Come l’AI cambierà le organizzazioni
L’intelligenza artificiale ha reso inevitabile una trasformazione del lavoro che per molti aspetti era già in atto. Ma le aziende procedono a velocità diverse, con culture e contesti differenti. L’AI è il nuovo “bring your own device”, solo con un impatto molto più profondo: lo sconfinamento tra uso personale e aziendale crea frizioni che non si risolvono con policy e limitazioni, ma lavorando su cultura, etica e relazioni.
Verso una cultura AI native
Le nuove generazioni sono culturalmente più pronte alla trasformazione che ci aspetta, perché meno condizionate dai vecchi modelli. Ma rischiano anche di essere la categoria più sostituibile, se l’AI viene usata solo per ottimizzazione ed efficientamento. Il paradosso è che avremo bisogno dei giovani per ripensare in profondità i processi, mentre il loro potere negoziale sul mercato del lavoro è ai minimi storici.
Che lavoro ci resta da fare?
Per la prima volta nella storia trattiamo la tecnologia come altro dall’essere umano, ma intanto da anni facciamo un lavoro che somiglia sempre più a quello delle macchine. La vera evoluzione sarà capire quali nuovi livelli di comprensione e quali nuove possibilità di soluzione dei problemi possono essere sbloccati dall’automazione, ripensando tutti i ruoli e restituendo senso al lavoro.
Sempre più piccoli o sempre più grandi?
L’AI favorirà la nascita di aziende sempre più piccole o rafforzerà le grandi organizzazioni? La risposta potrebbe essere nella dislocazione: grandi aziende che si avvalgono di una workforce sempre più distribuita, team autonomi che lavorano come micro-imprese all’interno di piattaforme più ampie.
Le nuove regole del lavoro
Per i professionisti: rompere le scatole, fare domande, esporsi, usare l’AI per imparare e approfondire. E lavorare su ciò che sta diventando scarso: le relazioni umane. Per le organizzazioni: dare spazio alla sperimentazione sul campo, non chiusa nei laboratori ma affidata alle persone che conoscono davvero il business e l’operatività.
Parlando con Stefano e Silvia ho avuto conferma di un’idea su cui sto ragionando da un po’: non solo l’AI non risolverà magicamente tutti i nostri problemi, ma potrebbe aprirci un nuovo livello di problemi completamente nuovi, più complessi e profondi, e forse anche più belli da risolvere.
Nel frattempo, dovremo trovare il modo di rispondere alla grande domanda: per cosa vale la pena che gli esseri umani dedichino tempo ed energie? La risposta ridefinirà non solo il futuro delle organizzazioni, ma il significato stesso del lavoro.



Ciao Matteo,
Eccomi!
Per rompere le scatole ed esporsi davvero, serve saper usare l’attivazione emotiva al servizio della volontà cognitiva. Occorre riabilitare la funzione naturale dell’adattamento, quella in cui le emozioni non sono gestite né dominate, ma armoniosamente connesse e integrate dalla ragione attraverso una percezione intensa del corpo e una connessione sana con sé stessi.
È un’abilità antica, naturale e umana, che va solo riscoperta con studio, cultura e soprattutto relazioni vere, fisiche, reali.
Per le organizzazioni, “dare spazio” significa smettere di controllare e sposare la sperimentazione, accettando il rischio come confine, non come limite, come segnale, non come blocco.
E per farlo serve tornare alle origini, ricominciare a giocare tra adulti, a simulare, a esplorare.
E allora, a cosa vale la pena dedicare tempo ed energie?
Alla vita analogica, fatta di interazioni fisiche e sensoriali, e a un uso del digitale come copilota intelligente: uno strumento che renda sostenibile l’autoanalisi, l’autoaiuto e che alleni le competenze relazionali e cognitive necessarie per reggere e usare a proprio favore il confronto con altri esseri umani.
Che ne pensi?