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Elena Crudo's avatar

Ciao, ho letto con piacere il tuo post ricco di riferimenti puntuali, che si interroga su come lo spirito del tempo stia chiedendo alle organizzazioni di evolvere. Risuona molto con temi che mi stanno a cuore e mi occupano quotidianamente.

Posto questo commento per contribuire al dialogo, perchè sento che c’è una parte della storia che “mi manca” nella tua narrazione e che mi interroga ogni giorno, in particolare su due aspetti:

*Non sono progresso e valore ma anche impatto e rete sociale*

Manca la descrizione della rete sociale, a mio parere, insieme a quella del progresso, e della creazione di valore, tra i propositi fondativi su cui sono nate le organizzazioni, con le loro luci e ombre.

Se il modello si racconta soltanto sull’assunzione che una persona sia performante e in piena salute fisica e mentale, così che “liberata l’organizzazione”, possa dare il suo contributo al massimo potenziale e contribuire al progresso e alla creazione di valore, manca un pezzo, un grande pezzo.

Cosa succede quando non siamo in quella condizione? Ognuno di noi può connettersi biograficamente a periodi della vita come diventare genitori, o avere desiderio o bisogno di prendersi cura di una persona anziana o ammalata, oppure potremmo esserci ammalati noi stessi o stare vivendo un lutto, o un grande cambiamento inaspettato.

Non sono così rare a mio parere queste situazioni. Cosa succede in quei casi al salario pagato dall’utente in base al valore generato? Si diventa un anomalia del sistema, per cui o si “scoppia” o si esce.

Storicamente le organizzazioni sono nate anche con uno scopo di rete sociale e di mutuo supporto. Un delicato equilibrio che tiene insieme l’io e il noi, il profitto e la cura, la produttività e l’attenzione alle fragilità. Penso che questo aspetto debba essere una parte importante della narrazione evolutiva, perchè appena ci si trova in una situazione di difficoltà, diventa facile vedere come il sistema sia disegnato senza tenere conto di aspetti così fondamentali della vita.

*Sviluppo integrale e non solo del modello organizzativo*

Un secondo punto, ritorna rispetto al mio lavoro quotidiano. Tu scrivi: “I meccanismi di coordinamento – processi, approvazioni, riunioni, gerarchie – evolvono più lentamente delle persone che dovrebbero coordinare”. Si e no nella mia esperienza. I meccanismi di coordinamento sono la manifestazione di comportamenti, credenze (abitudini) e metriche di misurazione dei decisori. Può capitare quindi che la consapevolezza del leader sia più arretrata di quella dei collaboratori, questo si. Ogni modello di sviluppo che descriva self-leadership e maturità come tu descrivi (Schein, Mintzberg, WIlebr, Bateson, Scharmer…) dimostra che per poter accedere a quei sistemi di organizzazione bisogna evolvere come esseri umani, integrare prospettive non solo meta cognitive, ma anche di lettura ecosistemica e di capacità di adattamento nella complessità e farlo con consapevolezza, in modo deliberato. Se questo non avviene, il nudging della forma organizzativa più evoluta non è sufficiente, vuol dire che le persone abiteranno il nuovo modello con le credenze tipiche dei modelli precedenti, svuotandole dall’interno. In alternativa si può essere nella felice situazione di partire con una start up e circondarsi di persone per affinità, tuttavia diverse fasi di vita di un’organizzazione hanno bisogni diversi, quindi anche qui bisogna che la crescita sia deliberata.

Sono profondamente a favore delle evoluzioni di cui parli, non fraintendermi, da 10 anni lavoro per costruire e diffondere modelli organizzativi più organici. Il punto che porto è che diffonderle è meno banale di come sembra, perché ci interroga profondamente come esseri umani e ci chiede di evolvere e mettere in discussione le nostre credenze, abitudini e aspettative. Là dove questo percorso è intrapreso, ho visto fiorire organizzazioni in modo sorprendente.

Sebastiano Giordani's avatar

ciao claude, me lo sintetizzi in un manifesto che lo appendo in ufficio?

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