Elogio dell'attrito
Perché la comodità è il luogo dove non accade nulla
Tutti vogliono eliminare l’attrito dal lavoro. Meno resistenza, meno ostacoli, meno vincoli; più leggerezza, più velocità, più libertà.
È il desiderio più diffuso tra chi lavora, ma è anche il più pericoloso, perché confonde la comodità con la condizione ideale. La comodità è il luogo dove non accade nulla: non si impara, non si produce linguaggio, non si sviluppa un’identità che regge il confronto con il mondo. Il luogo dove accadono cose è l’attrito.
Maja è una scrittrice che per anni ha incastrato la scrittura tra clienti, deadline e progetti, fino a quando si è presa un sabbatico di sei mesi per dedicarsi solo a quella. Ma alla fine ha scritto meno che nei mesi precedenti: le idee non avevano più l’urgenza di uscire dalla sua testa. Henrik Karlsson, uno scrittore che Maja cita, dice che come scrittore si sente di dipendere dal “boss più imprevedibile di tutti”: spesso sono le situazioni impreviste, le richieste strane dei clienti o le limitazioni tecniche che ti costringono a trovare risposte che in condizioni ideali non avresti mai cercato. Il sabbatico di Maja era una condizione ideale: per questo il suo lavoro ha smesso di funzionare.
Il lavoro giusto è un contenitore, dice Maja. Tiene insieme struttura, sfida, contributo, collaborazione, reddito. Viviamo in un’epoca abbastanza prospera da permetterci di chiedere di più al lavoro: senso, identità, crescita, comunità, coerenza morale. Una parte di questa esigenza è sana, segno che la sopravvivenza non è più l’unico metro; ma produce anche una pressione nuova, perché finiamo per chiedere al lavoro di comportarsi come un partner perfetto, di soddisfare ogni nostro bisogno psicologico e completarci.
Quello che cerchiamo, sospetta Maja, non è tempo libero in astratto. È spaziosità interiore: una mente che non sia contratta. Il lavoro sbagliato soffoca quella spaziosità; il lavoro giusto la genera, dando bordi alla giornata, creando un attrito che li affila invece di eroderli, lasciando segni che ti ricordano che hai spostato qualcosa nel mondo, anche di poco. L’attrito giusto produce spazio dentro, il vuoto del tempo libero no.
La relazione tra tensione e performance è una curva a U rovesciata: poca tensione, e il sistema si spegne; troppa, si blocca; nel mezzo c’è la zona dove la pressione genera energia, senza soffocarci. I vincoli definiscono il campo di gioco, forzano percorsi insoliti, obbligano a scavare in profondità.
Gli studi europei sul pensionamento confermano che, dopo l’euforia iniziale, molti pensionati attraversano un crollo di identità e un aumento della solitudine. Il lavoro forniva loro degli “assi di risonanza”, cioè punti di contatto con il mondo che una volta rimossi lasciano un vuoto che il tempo libero da solo non riempie. Il contenitore si rompe, e con lui i bordi che davano forma alla giornata. Il pensionato e il creativo in sabbatico scoprono la stessa cosa: la libertà dal lavoro non equivale alla libertà di vivere meglio. Spesso equivale a perdere i punti di appoggio che rendevano possibile vivere bene.
Cercare problemi migliori
L’intelligenza artificiale promette di eliminare l’attrito dal lavoro: compiti delegati, processi automatizzati, tempo liberato. Narrazione seducente e incompleta, perché l’AI non elimina l’attrito; ci chiede di spostarlo più in alto.
Greg Isenberg ha descritto il suo metodo per costruire agenti AI. Il primo passo è fare il lavoro a mano: sedersi accanto alla persona che lo svolge, farlo insieme a lei, annotare ogni azione, ogni eccezione, ogni punto in cui il processo potrebbe essere migliorato. “The edge cases are the product”, scrive: i casi limite sono il prodotto, e solo dopo averli attraversati diventa possibile capire cosa automatizzare, dove investire, e quali nuove opportunità si aprono. La sequenza è: prima faccio il lavoro, poi lo semi-automatizzo, poi lo affido all’agente; l’agente passa dall’assistere nel flusso di lavoro a possederlo, ma il passaggio funziona solo se chi lo costruisce ha assorbito l’attrito originale. Conoscere il lavoro sporco, ripetitivo, pieno di eccezioni è un requisito fondamentale per riprogettarlo.
Se l’AI assorbe l’attrito di basso livello, il lavoro umano si sposta su attriti più alti: capire cosa vogliono i clienti, risolvere conflitti tra team, prendere decisioni in condizioni di incertezza, progettare sistemi che funzionano in contesti imprevedibili, fare cose nuove e utili per altri esseri umani. Sono problemi più difficili, più ambigui, più ricchi di quelli che l’automazione si porta via.
Il contenitore non scompare: cambia soltanto forma, allarga le sue pareti, aumenta la scala dell’attrito, ma anche le possibilità di realizzare cose che ancora nemmeno immaginiamo.




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Lo diceva anche Marina Abramović anni fa, dalla facilità non si impara niente, e lo stesso principio informa la pratica dello yoga (la scomodità è crescita, il dolore fisico è campanello d'allarme.)
È una cosa buona, avere questi memo periodici sui benefici della scomodità. Lo spazio tra ignoranza e competenza è super scomodo, ma dobbiamo passarci tutt3 per passare da una condizione all'altra.
La questione è gestire quel passaggio senza farsi bloccare o divorare dall'ego arrabbiato che detesta la sensazione di "non essere bravo", che poi è grande spinta a molto uso della IA. Saltare il passo dove fatichi perché stai pensando, e imparando.
Nel contesto dell'istruzione non è utile, da questo punto di vista, mentre nel lavoro capisco bene il discorso sull'attrito spostato e non eliminato, e concordo con te.