Molto interessante ma mi rimani una domanda: come si fa a vivere di self knowledge work? O meglio, come si può monetizzare ? In un mondo in cui la conoscenza non servirà più e quindi i lavori d’ufficio saranno inutili, come faranno le persone a vivere e guadagnare ?
Secondo me questa è la questione più difficile da risolvere.
Però sono d’accordo che (finalmente) l’attenzione si sposterà verso la conoscenza di noi stessi , anche se dovrebbe essere una costante in qualunque economia e contesto sociale
Non tutti potranno vivere di self-knowledge work. Potremmo intendere questo tipo di lavoro nel senso più formativo del termine, ovvero aiutare le altre persone a prendere maggiore consapevolezza di chi sono, una volta tolte le varie maschere, e dove vogliono andare. E’ un lavoro da psicologi, coach, ricercatori esperti di neuroscienze volendo… e chiaramente è un lavoro per pochi. Ma questo lavoro penso possa innescare (anzi, mi pare stia già accadendo) un cambiamento socio-culturale importante. Tante le startup che stanno infatti nascendo con un purpose sociale, per esempio. Usare la tecnologia per perseguire obiettivi più nobili, che portino un impatto tangibile nelle vite di quante più persone possibile, mi sembra un buon punto di inizio. Non potremmo continuare tutti ad essere manager o dirigenti di multinazionali (questo non è più sostenibile, anche a livello individuale considerando lo stress che genera!) ma potremmo mettere le nostre competenze e il nostro pensiero laterale a disposizione per risolvere problemi complessi che finora non è stato possibile risolvere.
Bellissimo il concetto di complemento scarso applicato al contesto AI e lavoro, secondo me ce n’è un altro molto interessante: la capacità di giudizio sotto incertezza e pressione.
Il modello ragiona benissimo nell’incertezza, gli dai dati incompleti e ti tira fuori lo scenario. Ma la pressione è un’altra cosa, è quando decidere costa, perché le conseguenze ricadono su di te. Lo si vede bene nei momenti di crisi in azienda tipo quando la cassa diventa un problema… lo scenario te lo fa pure la macchina ma scegliere se rinegoziare col fornitore o tirare la corda con la banca, sapendo che se sbagli ne rispondi tu, quello non è delegabile, è una decisione che si porta dietro una firma.
Condivido. Quello della responsabilità è inoltre il secondo grande tema su cui mi trovo a riflettere spesso: l' AI farà molto di quello che oggi fa un uomo, ok, ma di queste azioni chi ne risponde? Chi sviluppa il modello?Rido. Chi lo utilizza? Ci sta, ma allora non credo che finirà col fare tutto perché se devo delegare e risponderne ... Mmm... RC obbligatoria? Con premio per il rischio semmai calcolato con impiego di AI. E chi lo copre? E le correlazioni? Quando lo stesso, non simile o uguale, ma quando lo stesso unico modello prende milioni di DECISIONI al giorno quanto queste saranno correlate fra di loro? Che premio sarà sufficiente a coprire il rischio di un errore X?
Proprio ieri scrivevo "If something becomes at the same time more capable and more expensive it bodes for more intentionality and accountability."
Penso che da una parte è molto difficile predire l'economia che verrà, di certo però quando dici che "In un prossimo futuro le macchine faranno la quasi totalità del lavoro cognitivo che facciamo noi oggi" mi compare un Sangeet Choudary sulla spalla che mi fa notare che quel lavoro, e quel valore, in un mondo così, semplicemente non esisteranno più.
In ogni caso mi rende felice questa dinamica per cui questo nuovo soggetto così potente ci stia facendo finalmente riflettere su domande profonde che stanno lì da millenni, facendoci capire che se è vero che è cambiato tutto in realtà non è cambiato niente
"Il vero se è amico di colui la cui personalità gli ha ceduto il dominio"
È una domanda che mi sto facendo spesso in questi giorni. Penso anche io che il self-knowledge work sarà il lavoro dei prossimi cinquanta anni, che non smetteremo di lavorare ma cambieremo la forma: lo faremo in modo più connesso e consapevole. E forse, in un certo senso, ci sarà anche una retrogradazione, una voglia di tornare ai lavori umili e manuali di una volta…magari anche al baratto!
Molto interessante ma mi rimani una domanda: come si fa a vivere di self knowledge work? O meglio, come si può monetizzare ? In un mondo in cui la conoscenza non servirà più e quindi i lavori d’ufficio saranno inutili, come faranno le persone a vivere e guadagnare ?
Secondo me questa è la questione più difficile da risolvere.
Però sono d’accordo che (finalmente) l’attenzione si sposterà verso la conoscenza di noi stessi , anche se dovrebbe essere una costante in qualunque economia e contesto sociale
Non tutti potranno vivere di self-knowledge work. Potremmo intendere questo tipo di lavoro nel senso più formativo del termine, ovvero aiutare le altre persone a prendere maggiore consapevolezza di chi sono, una volta tolte le varie maschere, e dove vogliono andare. E’ un lavoro da psicologi, coach, ricercatori esperti di neuroscienze volendo… e chiaramente è un lavoro per pochi. Ma questo lavoro penso possa innescare (anzi, mi pare stia già accadendo) un cambiamento socio-culturale importante. Tante le startup che stanno infatti nascendo con un purpose sociale, per esempio. Usare la tecnologia per perseguire obiettivi più nobili, che portino un impatto tangibile nelle vite di quante più persone possibile, mi sembra un buon punto di inizio. Non potremmo continuare tutti ad essere manager o dirigenti di multinazionali (questo non è più sostenibile, anche a livello individuale considerando lo stress che genera!) ma potremmo mettere le nostre competenze e il nostro pensiero laterale a disposizione per risolvere problemi complessi che finora non è stato possibile risolvere.
Si sono d’accordo !
Il tuo first eyes, sono gli occhi della mente - o dell’anima - di cui parla Platone, già qualche anno fa…
Bellissimo il concetto di complemento scarso applicato al contesto AI e lavoro, secondo me ce n’è un altro molto interessante: la capacità di giudizio sotto incertezza e pressione.
Il modello ragiona benissimo nell’incertezza, gli dai dati incompleti e ti tira fuori lo scenario. Ma la pressione è un’altra cosa, è quando decidere costa, perché le conseguenze ricadono su di te. Lo si vede bene nei momenti di crisi in azienda tipo quando la cassa diventa un problema… lo scenario te lo fa pure la macchina ma scegliere se rinegoziare col fornitore o tirare la corda con la banca, sapendo che se sbagli ne rispondi tu, quello non è delegabile, è una decisione che si porta dietro una firma.
Condivido. Quello della responsabilità è inoltre il secondo grande tema su cui mi trovo a riflettere spesso: l' AI farà molto di quello che oggi fa un uomo, ok, ma di queste azioni chi ne risponde? Chi sviluppa il modello?Rido. Chi lo utilizza? Ci sta, ma allora non credo che finirà col fare tutto perché se devo delegare e risponderne ... Mmm... RC obbligatoria? Con premio per il rischio semmai calcolato con impiego di AI. E chi lo copre? E le correlazioni? Quando lo stesso, non simile o uguale, ma quando lo stesso unico modello prende milioni di DECISIONI al giorno quanto queste saranno correlate fra di loro? Che premio sarà sufficiente a coprire il rischio di un errore X?
Proprio ieri scrivevo "If something becomes at the same time more capable and more expensive it bodes for more intentionality and accountability."
Penso che da una parte è molto difficile predire l'economia che verrà, di certo però quando dici che "In un prossimo futuro le macchine faranno la quasi totalità del lavoro cognitivo che facciamo noi oggi" mi compare un Sangeet Choudary sulla spalla che mi fa notare che quel lavoro, e quel valore, in un mondo così, semplicemente non esisteranno più.
In ogni caso mi rende felice questa dinamica per cui questo nuovo soggetto così potente ci stia facendo finalmente riflettere su domande profonde che stanno lì da millenni, facendoci capire che se è vero che è cambiato tutto in realtà non è cambiato niente
"Il vero se è amico di colui la cui personalità gli ha ceduto il dominio"
bhagavad gita
“Che lavoro faremo?”
È una domanda che mi sto facendo spesso in questi giorni. Penso anche io che il self-knowledge work sarà il lavoro dei prossimi cinquanta anni, che non smetteremo di lavorare ma cambieremo la forma: lo faremo in modo più connesso e consapevole. E forse, in un certo senso, ci sarà anche una retrogradazione, una voglia di tornare ai lavori umili e manuali di una volta…magari anche al baratto!
Interessantissimo, grazie!